O Giove, o Cesare…



È trascorso più d’un mese dall’accadimento del terremoto. Poggio Rusco n’è stato colpito e le “macerie”, contenute e conservate in un apposito balàdor ([1]) sono visibili a tutti e per tutto il giorno frotte di turisti litigano per trovare un pertugio onde poter fotografare l’immane tragedia. Qualcuno sostiene che la situazione resterà così come la si vede per sfruttarla dal punto di vista turistico (l’Ente Provinciale per il Turismo è stato sollecitato a propagandare questo ben di Dio con “spot” pubblicitari e spécimen adeguati). Altri sottolineano la differenza tra l’intraprendere dei friulani rispetto ai siciliani di Messina.

Il terremoto, come tutti sanno, colpì il Friuli, e i territori circostanti, alle ore 21h06m del 6 maggio 1976, con ulteriori scosse l’11 e 15 settembre. Tutti sanno che, relativamente alla gravità del sisma, in men che non si dica Gemona ed il resto risorsero a nuova vita. Il sisma che nel 1976 provocò distruzioni e danneggiamenti agli insediamenti di un’ampia parte della regione Friuli-Venezia Giulia con il conseguente collasso delle attività umane che ivi erano esercitare. Nel 1986 a dieci anni dall’evento la ripresa di normali attività sociali ed economiche e la ricostruzione potevano dirsi sostanzialmente compiute.

Il terremoto, come tutti sanno, citato come terremoto di Messina e Reggio Calabria, colpì le due città ed i territori circostanti, alle ore 5h21m del 28 dicembre 1908 e in 37 “lunghissimi” secondi danneggiò gravemente le città. Messina è una città in cui oggi circa 12.000 persone vivono in abitazioni fatiscenti: case di legno o di mattoni, con tetti in lamiera, plastica o fibrocemento, senza fogne, con infiltrazioni d’acqua, allacciamenti elettrici “azzardati” e condizioni igienico-sanitarie in alcuni casi estreme. Si potrebbe collegare queste immagini ad una favela brasiliana o più in generale ad una baraccopoli di un paese in via di sviluppo, ma siamo in Italia. La cosa più difficile da credere è che questa situazione si trascina da oltre un secolo. Ancora oggi oltre 3000 famiglie stanno ancora aspettando una casa e non ricordo quale tassa abbia ancora, nel 2011, un’addizionale per costruirle. I pronipoti dei terremotati vivono ancora in abitazioni che già nel 1910 erano state definite “provvisorie”. (In internet si visiti www.messinacittanegata.it)

Tralasciando il recente sisma dell’Aquila e fuori da ogni metafora e dagli estremi dei due terremoti riportati, vorrei che il nostro somigliasse più a quello friulano che a quello siciliano. So già che alcuni m’accuseranno di razzismo e chissà quante altre contumelie. Vi assicuro che non è il mio spirito ma che è solamente una reale visione dei fatti. Non fate come il presidente dell’Inter Moratti che si è scagliato contro chi (a parer suo) insudicia la memoria del grandissimo atleta che fu Giacinto Facchetti. Nessuno ha voluto insudiciare la memoria del “tornante”: ha solamente detto (ed è inconfutabile) che anche Giacinto aveva fatto telefonate compromettenti. Contrariamente a ciò che qualcuno può pensare, l’esempio portato è qualificantissimo!

Per finirla: è indegno dei cittadini poggesi che non si prendano decisioni per ovviare al balàdor e se non decideranno Giove o Cesare, dovranno decidere o il Vaticano od il Quirinale ed allora, mi sia concesso il dirlo, staremmo freschi.

Mario Setti.



[1] — BALÀDOR. Dialettale intraducibile. Trattasi di modesto recinto fatto con materiali di ricupero solitamente vicino alla scuderia. D’estate, la sera mentre si cenava, erano lasciati liberi di correre la cavalla o l’asina in dotazione all’azienda agricola. Forse perché sentendosi libero da cavezza e finimenti, l’animale, correndo in tondo, dava l’impressione di “ballare”. Da ballare a “balàdor”, il tragitto è breve.

Pubblicato il by Mario Setti in Lavori in corso

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